8.03.2017

Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale

Chi è e che cosa fa un assistente sociale? Che idea ci siamo fatti di questa figura? L’opinione più comune è quella di un impiegato di un ente pubblico al servizio dei cittadini in difficoltà. Una brava persona, dedita agli altri. Ma che cosa succede quando questa persona non riesce a risolvere un problema? E quali sono le sue ansie e le sue preoccupazioni quando è costretta a prendere delle decisioni difficili?Paolo Pajer, in questo articolo già apparso su una rivista nel 2011, ci propone un punto di vista inedito: appunto quello dell’assistente sociale.
Un focus illuminante di un’esperienza professionale oggi più che mai di grande attualità.
i.b.

di
Paolo Pajer

Qual è il peccato originale dell’assistente sociale? Che ha fatto di male questa professione oltraggiata, malpagata, vituperata, sottovalutata, disprezzata? Comunista se vista da destra, fascista se vista da sinistra. Una professione sulla quale tutti si accaniscono perché nessuno si preoccupa di tutelarla, tanto meno gli interessati.
Aver raggiunto la dignità accademica con il titolo di dottore non ha fatto concludere il patire di questa professione, da sempre compressa fra il mancato senso compiuto della propria nascita e l’attribuzione stratificata di responsabilità, mai rapportate nemmeno al livello contrattuale e di retribuzione. Ciò che cerca da sempre l’assistente sociale è l’autorevolezza e soprattutto il suo riconoscimento esterno, la sua legittimazione. Una specie di credito culturale e sociale, in termini di status, che permetta all’uomo o alla donna assistente sociale di non dover fare grandi giri di parole per spiegare al proprio figlio che mestiere faccia la madre o il padre. Si potrebbe dire: “Faccio il dottore”, ma presupporrebbe pregiudizialmente l’esercizio di una disciplina medica (un po’ come dire che essere americani significa essere statunitensi), mentre dire: “Faccio l’assistente sociale” comporta invece l’imbarazzo di non avere un riferimento concettuale chiaro e un insieme di attività caratterizzanti condivise.
L’assistente sociale si scontra troppo spesso con i pregiudizi che vari media hanno contribuito a diffondere riguardo la sua professione, che nel più frequente dei casi ruba i bambini. In un contesto socio-culturale affamato di capri espiatori non è pensabile che l’immagine dell’assistente sociale possa essere facilmente redenta, anche perché non interessa ad alcuno redimerla ed è funzionale al sistema. L’assistente sociale è una figura fragile e questo lo sanno bene i media, i politici e anche i cittadini/utenti. È una figura utile per scaricare le tensioni sociali e un comodo ammortizzatore delle inadempienze altrui. È un professionista che non è mai riuscito a collocarsi con sicurezza nella classificazione sociale italiana.
L’assistente sociale rischia di risultare, a differenza di altre professioni, un eccellente parafulmine della campagna di demonizzazione e destrutturazione della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi. I cosiddetti fannulloni, animali astuti che nella fantasia comune si annidano come tumori in ogni settore del lavoro pubblico, sono ben identificabili con l’assenza della figura che dovrebbe esserci quando non c’è. Chi meglio dell’assistente sociale rappresenta questa presenza-assenza? Gli organici spolpati dei servizi sociali hanno tali carenze che gli effetti del turn-over, del burn-out (vera e propria malattia professionale) e del carico di lavoro degli operatori, poco visualizzabile e misurabile, vengono tacitamente intesi come la prova della metafisicità dell’assistente sociale. Il peso qualitativo ed emotivo di un lavoro basato sulla relazione di aiuto (con anziani, bambini, adulti, disabili, ecc.) non si riesce ad evidenziare facilmente.
E non riuscire ad esibire virilmente le proprie prestazioni lavorative rende amministrativamente invisibili e socialmente colpevoli.
L’assistente sociale deve perciò pagare dazio alla propria natura che, nell’esigenza di dicotimizzare la realtà, non si contraddistingue per essere carne né pesce, né altro.
Non è una figura sanitaria, ma può a pieno diritto parlare di benessere e salute, di autonomia e di non autosufficienza, di patologico e funzionale; non è una figura amministrativa, ma deve produrre continuamente atti e muoversi secondo principi e iter formali ben precisi. È un tecnico che non è un giurista, ma deve districarsi e conoscere leggi, regolamenti, linee guida, decreti e delibere; non può dirsi nemmeno uno psicologo, ma deve comprendere i meccanismi emotivi, mentali e di funzionamento di sé, del singolo, della coppia, della famiglia o del gruppo. L’assistente sociale non è un sociologo, ma deve conoscere fenomeni complessi come la devianza, l’appartenenza, la lettura del disagio in termini aggregati per poterne programmare politiche e progetti di intervento. Non è un economista ma non può ignorare le dinamiche del mercato del lavoro, del sistema previdenziale e pensionistico. Non è un informatico, ma deve sviluppare costantemente strumenti gestionali complessi per ottimizzare, gestire e dare senso al volume di lavoro su cui opera.
L’assistente sociale, nella sua straordinaria ed assoluta peculiarità, costruisce la propria identità professionale con un po’ di tutto questo. In realtà viene considerato solo un intero ri-costruito con dei frammenti, ma poi tutti salgono sulle sue spalle per vedere più lontano: per gestire dinamiche complesse, guarda un po’, serve sempre un assistente sociale.
Siamo sintesi della complessità: nei migliori dei casi stelle danzanti nate dal caos. Nel peggiore: una manciata di ingredienti che tentiamo di trasformare in una polpetta commestibile.
Cosa significa gestire (to manage, in inglese)? Credo che potremmo essere d’accordo nell’affermare che gestire significhi sovrintendere intenzionalmente ad un’attività. Detto questo possiamo affermare che le capacità gestionali dell’assistente sociale sono fra le più raffinate ed evolute che ci siano nel panorama delle professioni, e la motivazione è proprio la frammentazione delle attività e del proprio IO professionale e costitutivo, che costringe la logica e la sensibilità dell’assistente sociale ad adeguarsi costantemente alle pressioni e alle richieste che arrivano dall’esterno e ad adattare le proprie risorse e competenze a tali necessità. Proprio il contrario della specializzazione, che viene invece in genere sublimata per eccellenza.
L’assistente sociale, però, vorrebbe veder riconosciuta la sua eccellenza e la rincorre goffamente, tentando a volte la scalata alla specializzazione come strada per giungervi. In realtà l’assistente sociale rincorre il bisogno che gli è stato infuso in quanto “altro generalizzato”. Non basa il proprio concetto di sé su di un’eccellenza che gli è già propria, ma lo rincorre in un riconoscimento esterno che non avverrà mai. Cade paradossalmente vittima del tentacolo di uno dei rischi professionali di invischiamento che deve gestire (non cerca di generare una soluzione, ma ne attende gli esiti dall’esterno).
L’autonomia professionale, che spesso diventa solitudine professionale, unitamente alle difficoltà dell’assistente sociale di trovare un fertile confronto e supervisione professionale, corre un rischio: quello di diventare autoreferenzialità. La preparazione di base dell’assistente sociale, nella sua peculiare veste di interprete del disagio e collettore di risorse, è sufficiente allo scopo ma necessita di una costante alimentazione e “taratura” attraverso l’interazione qualificata, la supervisione professionale e la formazione permanente.
La richiesta quotidiana, delicata e difficile da gestire, che ancora una volta l’assistente sociale deve sostenere è quella di mantenere l’equilibrio fra autonomia di giudizio ed apertura al confronto. Per dirla in termini assoluti: fra oggettività e soggettività. L’approccio mentale dell’assistente sociale al lavoro è di tipo progettuale, pertanto circolare e sostanzialmente mai certo. Uno dei rischi intellettuali più grandi è dunque la mancanza di punti di riferimento precisi e soprattutto stabili, che concedono enormi vantaggi nella guerra di posizione che l’assistente sociale perde costantemente in relazione ad altre professioni più “scientifiche”.
Quali basi scientifiche possiamo allora rivendicare in una professione che, per molti versi, è interpretativa, pertanto vulnerabile e piena di variabili? Le discipline umanistiche hanno sempre avuto un po’ di invidia per le cugine scientifiche, con i loro eleganti modelli sperimentali. Non si riflette sufficientemente però che anche il medico, figura semi-divina in termini di bontà (chi cura deve per definizione volere-bene), per affrontare una banale influenza spesso prescrive farmaci di cui ignora la reale efficacia o i rischi collaterali. La scientificità spesso è una credenziale erroneamente pre-attribuita. Tutto quello che può accadere nella malattia (peggioramenti, cronicità, nuovi sintomi) mediamente non lo si attribuisce ad un limite del medico-scienziato-santo: sarebbe peccato.
Quello che invece si chiede all’assistente sociale è concettualmente rovesciato: bisogna affrontare il disagio sviluppando e attivando progetti e interventi che dovranno e potranno avere solo esito favorevole, altrimenti si confermerà la sua incompetenza. Chi è buono per definizione può anche sbagliare, ma chi è assistente sociale parte con un peccato originale più pesante e deve sempre rincorrere la propria redenzione.
L’assistente sociale è supportato in questo quadro tragico da una mancanza di senso di appartenenza della propria comunità professionale. La cosa non accade quasi mai nelle altre professioni “nobili”, dove i panni sporchi si lavano tendenzialmente in casa, ma esternamente vige quanto meno il principio del “cane che non morde il cane”. Provate a criticare l’operato di un assistente sociale con un altro assistente sociale e vedrete se troverete appoggio o difesa del collega. Ma la vera caratteristica che fa dell’assistente sociale un animale a serio rischio di estinzione è il suo adattamento al cannibalismo. Mettere un assistente sociale a capo di qualcosa significa proporgli due prospettive: essere eliminato prima o poi dall’organizzazione in quanto in contrapposizione con il pensiero dominante oppure convertirsi al feudalesimo. Il desiderio-necessità di accondiscendere al signorotto-superiore, che in genere è incompetente in materia, lo rende impermeabile a tutto e un efficiente braccio operativo, anche e soprattutto in termini professionalmente autolesionistici. Il superiore gerarchico è in genere un medico, un sociologo o qualsiasi altra cosa, ma molto raramente un altro assistente sociale. Perché? Ma è ovvio: non serve conoscere la peculiarità del servizio sociale e delle sue regole per poterlo dirigere. Vige sempre il sacro dogma che il bene lo sappiamo fare tutti (eredità della socializzazione secondaria?).
Siamo una professione orfana, nel senso che siamo sempre alla ricerca del padre. Il padre sarebbe colui che approva, colui che dà luce a noi poveri satelliti spenti costretti a gravitare attorno all’astro di turno. Forse cerchiamo la metà che manca al nostro senso di identità, quel lato oscuro che è la somma di tante parzialità. Perché mai non è il contrario? Perché gli altri non si sentono attratti dal bisogno della nostra approvazione? Cosa manca all’assistente sociale per generare credibilità? È forse legato a questa dinamica il curioso fenomeno che ogni esigenza degli altri (specialmente degli utenti) sia più importante di quelli dell’assistente sociale (vincoli organizzativi, amministrativi, professionali, ecc.)? Perché si deve arrivare a rischiare professionalmente (e personalmente) per diminuire preventivamente il disagio altrui? Accettiamo passivamente condizioni lavorative estreme, facciamo colloqui da soli in ambienti inospitali, con persone potenzialmente stressate e aggressive, anche fuori orario di servizio. Parliamo con chiunque si presenti, anche fuori orario di ricevimento. E chi non si prostra inizia a percepire sulla nuca il peso della colpa. Tutto questo per il “bene” dell’utente. Ma è davvero un “bene”?
È una dinamica diffusa, inoltre, quella dell’amministratore pubblico che per vari motivi promette case, soldi, lavoro e poi scarica sull’assistente sociale (spesso ignaro) l’onere del mantenimento della promessa. E se ciò non si realizzasse si confermerebbe l’incapacità di cui sopra.
Perché non viene rescisso il cordone ombelicale che l’assistente sociale genera nei confronti dell’altro? Cerchiamo di evocare il padre assente con questo surrogato di iperprotettività?
Forse solo quando riusciremo ad avere maggiore consapevolezza del nostro valore a prescindere da tutto e da tutti potremo emanciparci anche come professione ed ottenere il riconoscimento dovuto. Ma l’assistente sociale non ha potere economico e rappresentativo: non è il volano dell’industria farmaceutica e sanitaria, non è numericamente rilevante.
La realtà dell’assistente sociale è un’espiazione ben più triste di questi arcobaleni, che può solo sognare.

                                                                                                                

Paolo Pajer



Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.


5.29.2017

The Abramovic Method for Kids Experience

di Lucia Cannone

Sono trascorsi quasi tre mesi dall’uscita del primo volume della nuova collana editoriale stART edita da Edizioni il Ciliegio e dedicata all’arte contemporanea raccontata ai bambini. Voglio provare a trasferirvi l’incredibile esperienza di raccontare a bambini l’affascinante mondo dell’arte e le sue numerose sfaccettature. All’uscita del libro in molti mi hanno chiesto, soprattutto mamme, come fosse possibile raccontare ai bambini piccoli l’opera di Marina Abramovic. Marina è infatti nota per le sue performance estreme e apparentemente molto distanti dalla sfera emotiva di un bambino. È vero, le performance di Marina sono estreme ma parlano di emozioni. La nostra vita è fatta di emozioni: belle o brutte che siano fanno parte della nostra vita. Fermarci ad ascoltare il nostro corpo, che si modifica perché siamo felici o perché abbiamo paura è un modo per imparare a conoscerci in maniera più profonda e per comprendere ciò che ci fa star bene e ciò che non ci piace.

Prima dell’uscita del libro avevo avuto modo di sperimentare alcune delle performance più note di Marina con un pubblico di bambini dai tre ai dieci anni e nei mesi successivi all’uscita del libro ho avuto la possibilità di sperimentare ancora con diversi gruppi di bambini, ma anche con molti genitori alcune performance. Ho riproposto la performance L’artista è presente, nota soprattutto per l’episodio al Moma di New York, dove nel 2010, durante l'importante retrospettiva dedicata a Marina Abramovic, l'artista è rimasta seduta immobile su una sedia per sette ore ogni giorno, dal 14 marzo al 31 maggio, guardando negli occhi senza parlare chiunque volesse sedersi davanti a lei. Il primo giorno ha ricevuto una visita inaspettata quella di Ulay. Ulay e Marina dopo una relazione sentimentale durata dodici anni non avevano mai più lavorato insieme. Ulay si siede inaspettatamente davanti a lei, e Marina tende le braccia verso di lui.


La forza di questa performance è emersa ogni volta che l’ho proposta ad i bambini, lasciando a loro la facoltà di scegliere con chi trascorrere alcuni minuti di silenzio guardandosi solo negli occhi. A volte ho cambiando io stessa l’ordine dei presenti. Mamme con mamme, bimbi con i loro amici , bimbi con le proprie mamme, io stessa con persone mai viste prima. Ogni volta si è creato un intenso silenzio ricco di emozione.
Ho riproposto anche un'altra famosa Performance di Marina Imponderabilia, 1977 . Ho mostrato ai bambini ed ai genitori l’illustrazione del libro e ho poi provato a riprodurla con degli elastici. Giocando sull’equilibrio e sulla capacità di fidarsi dell’altro. È stato interessante osservare i più piccoli mentre conversano sulla maniera migliore per cercare l’equilibrio. È stato molto bello vedere i più grandi che trovando più facilmente l’equilibrio si sono poi guardati a lungo negli occhi in silenzio.




A fine laboratorio i bambini hanno disegnato le loro emozioni….

Il progetto nasce dalla convinzione che alcuni concetti complessi possano essere compresi anche dai più piccoli e che l’arte con il suo forte potere di comunicazione possa essere un mezzo per aiutare a far comprendere ai bambini il complesso mondo degli adulti e ad avvicinarli alla vita. Come riportato nell’introduzione del Libro: «Questo libro è quindi un progetto dinamico ed è da leggere e da utilizzare per costruire ogni volta qualcosa di nuovo con noi stessi e con i nostri figli, quando sono molto piccoli aiutandoli a cogliere le situazioni più vicine alla loro sfera emotiva, quando sono più grandi lasciando che siano loro stessi a leggerlo cogliendo direttamente e in maniera più profonda sfumature sempre nuove».

A Luglio 2017 uscirà il prossimo volume della collana dedicato alla Street Art e a Banksy e il progetto di un nuovo laboratorio attraverso il quale raccontarlo ai piccoli lettori ed ai loro genitori.


The Abramovic MethodFOR KIDS





5.26.2017

A PROPOSITO DI EVEREST: SUL SENSO DELLA MONTAGNA

Adriano Favole su La Lettura di domenica 21 maggio ha scritto: “… la responsabilità dell’uomo, onde evitare la Fine, è quella di garantire un rapporto armonico tra gli esseri viventi”. Io aggiungerei: “…e la Natura”. Nell’articolo Favole illustrava i rischi dell’Antropocene, un nuovo tempo caratterizzato dalla crescente fragilità della Terra. Ma a rendere fragile la Terra è l’uomo, che nel corso degli ultimi tre secoli ha drasticamente cambiato l’ambiente in cui vive.
L’islandese di Leopardi incontra la personificazione della Natura nel deserto africano, e le dice apertamente di odiata perché ovunque egli sia andato, in qualsiasi luogo abbia messo piede, Lei, la Natura, lo ha pungolato, rendendogli la vita poco agiata. Tuttavia l’islandese odia la Natura, ma non si sogna neppure per un momento di non portarle il rispetto che merita. La rispetta anche quando Lei gli fa sapere che i tormenti o le gioie degli uomini le sono del tutto indifferenti. Che, Lei, la Natura, non fa né il bene né il male di nessuno.
Quando stamattina, Danilo Di Gangi mi ha spedito il suo articolo, pregandomi di pubblicarlo, ho capito che certe sfide l’uomo le perde in partenza: le perde nel momento stesso in cui dimentica l’armonia di cui ha scritto Favole; le perde quando, con arroganza, si ostina a ripararsi dal vento e dalla sabbia che seppelliscono l’islandese di Leopardi.
Danilo ha scritto un articolo di denuncia e di amore per l’Everest: la montagna più alta che è diventato un business commerciale, un business che molti pagano al prezzo della vita.

i.b.     


Maggio.
Stagione di ascensioni sulla montagna più alta della Terra, conosciuta dagli occidentali come Everest. Ogni anno, in questo mese, si possono leggere più o meno gli stessi titoli sui rotocalchi e sulle pagine web, una drammatica litania ripetitiva. Ogni anno l’idiozia umana è più forte del valore della vita stessa.

Maggio 2017.
Ennesimo dramma sull'Everest. Il dipartimento nepalese del Turismo conferma la morte di quattro scalatori impegnati in tre diverse ascese. Inizialmente disperso e, poi, recuperato senza vita, anche un quinto scalatore – indiano -, che si è sentito male nella discesa dalla vetta. Al campo sud, a 8.000 metri, è stato trovato privo di sensi lo sherpa che lo accompagnava. Al campo 4 avanzato, altri quattro alpinisti sono stati trovati morti in tenda: due nepalesi e due occidentali. Negli ultimi giorni di questo funereo mese, circa dodici scalatori, in evidenti difficoltà nel tentativo di raggiungere la cima, sono stati tratti in salvo scampando la morte. Tuttavia, ve ne sono ancora oltre un centinaio che stanno risalendo il versante sud, cercando di concludere l'ascensione prima che i forti venti previsti rendano impossibile l'ascesa. La storia si ripete.

Maggio 2014.
Diciassette sherpa muoiono sotto una valanga di ghiaccio sull’Ice Fall - la prima temibile seraccata da superare nella salita verso l’Everest - mentre stanno approntando le scale e le corde per i turisti d’alta quota. È la più grave tragedia nella storia dell'alpinismo sull'Himalaya. Il gioco si ferma perché gli sherpa si rifiutano di proseguire i lavori; rivendicano migliori condizioni economiche, di sicurezza e di indennità per le loro famiglie - nel caso dovessero perire - oltre alla non applicazione delle misure punitive per coloro che si rifiutassero di fissare corde e scale durante la stagione. Tuttavia, il governo nepalese cerca con ogni mezzo di disinnescare le tensioni, poiché l’industria del trekking e delle scalate rappresenta una miniera d’oro. Il business supera di gran lunga qualsiasi tragedia possa capitare e qualsiasi perdita di vite umane. Tanto per capirci ed essere chiari, il progetto di scalare l'Everest può costare fino a 100.000 dollari a ciascun scalatore, mentre uno sherpa, per la sua attività di due-tre mesi l'anno, guadagna fra 3.000 e 6.000 dollari.

Maggio2015.
Ancora morti, tanti. Al campo base della montagna ventidue persone periscono per il ghiacciaio franato dopo la terribile scossa di terremoto che ha colpito il Nepal - magnitudo 7.6 -. Per rispetto delle migliaia di vittime avvenute in tutto il paese, le spedizioni alpinistiche vengono bloccate.

Maggio 2016.
Altri morti. Sei in una sola settimana. Per ictus, edemi cerebrali, sfinimento, ipossia. Decine i feriti: per congelamenti, cecità da neve e malesseri da altitudine. È un bollettino di guerra dell’alta quota. Ed è solo quello degli ultimi quattro anni.

Come mai nessuno corre ai ripari? Di chi è la colpa di tutto ciò? Tante sono le responsabilità. In primis, delle autorità governative nepalesi. Il dipartimento del Turismo ha rilasciato quest'anno un numero di permessi record per le scalate di primavera: quasi 400. I permessi rendono bene, sono lucrosi, sebbene, negli ultimi tempi, i prezzi si siano più che dimezzati. Oggi, un permesso di ascesa costa “solo” 11.000 dollari. Ogni primavera, il governo incassa dai 2 ai 2,5 milioni di euro e, nel caso di annullamento della stagione - per calamità naturali, come già è avvenuto - dovrebbe restituirli alle agenzie specializzate. Tuttavia, sebbene nessuno ci pensi mai - e appaia abbastanza macabro -, è lucroso, e molto, anche il business del recupero dei cadaveri con gli elicotteri - i familiari non vogliono che vengano calpestati da centinaia di altri scalatori e, molte volte, ne richiedono la restituzione -, impresa costosissima. Da anni si parla di porre un numero chiuso a tutela della montagna e dell’ambiente circostante, invano. Troppo grande è il business. Le metastasi, in questa parte della Terra, sono altresì facilmente alimentabili. E così, negli anni Novanta, sono comparse le prime spedizioni commerciali: il vero cancro dell’Everest. Promettono di accompagnare qualsiasi persona, capace o incapace, sulla cima, in cambio di denaro. Forniscono servizi a richiesta, certo, e continuano a esistere perché vi sono le richieste. Ma è ancora moralmente accettabile dopo centinaia di morti? Le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda e Nepal non sono buona cosa. Non lo sono perché sviliscono la montagna, dissacrano i luoghi, portano alla degenerazione dell’alpinismo, all’imbarbarimento estetico, all’annientamento dei valori culturali delle popolazioni autoctone. Non lo sono perché riducono la dignità del monte in una banale attrazione da parco giochi, dove conta solo più la dimensione del primato da raggiungere a ogni costo, l’evento commerciale, lo show. La montagna non è una gara sportiva dove il primo posto esalta la performance, non è da salire a tutti i costi, piuttosto un percorso da affrontare con umiltà, con i propri mezzi e capacità, in totale sintonia con la natura, per ricordare, sempre e comunque, la nostra infinitesimale presenza nei confronti dell’Universo. Qualcuno ancora se lo ricorda? Anche tra i cosiddetti “veri alpinisti” - non “gli “ignoranti d’alta quota” -, i duri e puri, i socialmente corretti che, però, vendono le loro “imprese” al grande business commerciale. Qualcuno pone mai un pensiero all’immane disastro ecologico che queste spedizioni causano? Avere 400 alpinisti sulla montagna significa avere altrettante persone, se non di più, tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Quasi mille persone! Una tonnellata di feci al giorno prodotte al solo campo base, portate a spalla e seppellite sulla morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Oltre ad altrettante quantità di urina e ancora tonnellate di rifiuti secchi prodotte in ogni stagione: bombole, tende, materassini, sacchi a pelo e corde abbandonati in quota.

Vogliamo parlare di sostenibilità ambientale in uno dei posti più belli e fragili del pianeta? Di questo bisognerebbe occuparsi e non del business o dello smisurato Ego del 99 per cento degli alpinisti o pseudo tali o perfetti “ignoranti della montagna” che giungono qui, asiatici o occidentali che siano. Le metastasi di questo cancro si moltiplicano velocemente. Laddove non bastano le spedizioni commerciali a banalizzare, svilire, annientare e distruggere, ci pensa la nuova frontiera dell’alpinismo, dove la parola d’ordine è l’abbattimento del limite: sempre più veloce, sempre più ripido, sempre più lungo, sempre più difficile. Salite e discese in giornata, concatenamenti di vette sopra gli 8.000 metri, salite, discese, riposi ridotti e poi ripartenze e, magari, fra qualche tempo, salite senza scarpe d'inverno o in verticale sulle mani. Questa folle corsa all’idolatria personale e alla smisurata considerazione del proprio Ego non fa che condurre alla terribile e deleteria illusione che non vi siano più limiti. Tutto è possibile, anche l’impossibile. E così passiamo dai primi mercenari della montagna, che in cambio di 40.000 dollari portavano tutti sulla cima dell’Everest, ai “cercatori di primati” odierni, che inseguono qualsiasi obiettivo - più o meno folle - per stabilire un nuovo record. E poi, si tratterà davvero di un nuovo record? I fedelissimi dicono di sì, gli scettici dicono di no. Qualcuno contesta che il punto di partenza non coincida con il punto di arrivo. Il record non vale. Ancora, fanno notare che altri scalatori e scalatrici pare siano saliti in vetta all'Everest due volte in pochi giorni. Allora, il temerario di turno, per mettere tutti a tacere, dice: «mi riposo qualche giorno e poi ritento». Nel gaudio e nell’entusiasmo generale dei simpatizzanti. Perché nessuno riflette mai sui messaggi devastanti che queste “imprese” portano con sé. Siamo tornati al mito del superuomo. L’essere umano può tutto: è questo il messaggio che viene trasmesso alle nuove generazioni. Non esiste limite al limite. D'altronde, quasi un secolo fa, George Mallory - un alpinista inglese morto sull’Everest nel 1924, che secondo alcuni raggiunse la vetta vent’anni prima di Tenzing Norgay e Sir Edmund Hillary - disse che la vetta dell’Everest è un simbolo “del desiderio dell’umanità di conquistare l’Universo. La storia si ripete, sempre in negativo. E tutti ne siamo corresponsabili. Anche solo mettendo migliaia di “like” sulle pagine che raccontano simili “imprese”.

Tutto è possibile: anche scalare la montagna senza permesso. Impresa tentata qualche settimana fa da un sudafricano, multato, arrestato e fuggito rocambolescamente, nascondendosi nelle grotte. Condotto in prigione, è ora libero su cauzione, senza però aver riavuto il passaporto. L’aspetto più paradossale è però rappresentato da ciò che ha mosso l’uomo ad attuare questo piano. Per sua stessa ammissione, voleva salire l’Everest dal versante nepalese e scendere da quello tibetano - senza nemmeno pensare alle conseguenze con le autorità cinesi - e, soprattutto, con una totale assenza di esperienza alpinistica: «Ho imparato a scalare in vista di questa impresa leggendo libri e guardando video su Youtube» avrebbe dichiarato. L’intenzione era di documentare il tutto per produrre un libro e un film. Tutto è possibile: anche perdere completamente la connessione con la realtà. Gli stessi effetti che l’alta quota provoca sulla mente nella “zona della morte” sono provocati - a 0 metri slm - dal desiderio di compiere qualcosa di unico, dal desiderio di realizzare un primato, dal voler a ogni costo apparire come realizzatori di un’impresa. In realtà, la vera “impresa” sarebbe ritrovare il senso delle cose, il senso della montagna, il senso dell’umiltà dentro noi stessi. La vera impresa sarebbe riconoscere la smisurata superiorità della Natura di fronte all’essere umano.  La vera “impresa” sarebbe ristabilire un rapporto corretto con ciò che ci circonda. La vera “impresa” sarebbe tornare a una convivenza sostenibile con la Madre Terra. La vera “impresa” sarebbe riportare l’Everest alla sua essenza primordiale, dopo averlo trasformato in un set delle meraviglie e in una avvilente passerella telematica. La vera “impresa” sarebbe riorientare l’opinione pubblica vero “un senso della montagna” capace di riconoscerne il valore altissimo e profondo. Esplorare luoghi come questi dovrebbe portare a comprendere la forza di ciò che è superiore a noi, la potenza degli elementi, il rapporto tra terra e cielo e tra essere umano e spirito. Dovrebbe far nascere un rispetto profondissimo per le imponenti cime, per i culti degli abitanti del posto, per un “modus vivendi” in profonda simbiosi con una natura al contempo creatrice e distruttrice.

Il Chomulungma, la montagna più alta della Terra, è sempre stata considerata e venerata come una dea dai tibetani, la dea Madre della Terra. Gli sherpa nepalesi la reputavano tale e la chiamavano Sagarmatha, la dea del Cielo. Un tempo queste zone erano intrise di profonda sacralità e gli abitanti del luogo ossequiavano le alte cime come dimore di dei e divinità. Oggigiorno, la loro venerabilità è stata assolutamente vituperata, in nome del business e del successo. Fino a quando non ritroveremo, con umiltà, quale sia il nostro ruolo all’interno dell’Universo non potremo evolvere, continueremo a ragionare e comportarci solo in funzione del nostro Ego. Una cancerosa abitudine che svuota di valore la religiosità di territori che hanno rappresentato per secoli la dimora di un principio superiore e snatura credenze e tradizioni di un popolo.

«Salire sull’Everest era una ricerca del tutto estranea a noi sherpa; era sconsiderata, insensata. Eppure, con il passare del tempo, avrebbe finito per assorbirci e cambiarci irrevocabilmente» ha  scritto il nipote di Tenzing Norgay, il primo sherpa a salire sull’Everest. E così è stato. E tutti, ora più che mai, dobbiamo difendere questi luoghi sacri e non ridurli a un grande luna park dove ognuno vuole essere protagonista. Le tante vite spezzate sono reali. E nessuno dica che sono un “tributo alla montagna”. Lo sono, piuttosto, all’idiozia umana.


Danilo Di Gangi

Nota del curatore del blog e della Casa Editrice: Gli argomenti affrontati in questo articolo sono di esclusiva responsabilità dell’autore del testo pubblicato


Danilo Di Gangi
Danilo Di Gangi ha pubblicato con Edizioni il Ciliegio il libro Nepal fra terra e cielo. Nato a Cuneo,  dove risiede, Di Gangi è uno scrittore, un viaggiatore e un insegnante: ha pubblicato per le edizioni L’Arciere: Cieli d’infinito. Mongolia, terra senza tempo (2003); Il Gioiello di neve. Kailash, l’essenza del Tibet (2004); Fra barbari e dei. La vera politica cinese in Tibet (2008). Per le edizioni Campanotto: Siberia (in)contaminata (2010). Per Edizioni Il Ciliegio ha pubblicato anche: Viaggio al limitare del tempo. Un racconto esoterico (2010); Lungo come l’Indo (2012). Per le edizioni Pietre Vive: Forse spazi (2013), raccolta di poesie e immagini.